Custodi del cambiamento: le donne che tengono viva la fiamma del mutualismo tra generazioni
Photo: Bronzino, Public domain, via Wikimedia Commons
Nella sede di un'associazione di quartiere a Reggio Calabria, ogni giovedì pomeriggio si ripete un rituale antico quanto discreto. Un gruppo di donne — la più anziana ha ottantadue anni, la più giovane ventisei — si riunisce attorno a un tavolo. Portano con sé ricette scritte a mano, ritagli di giornale ingialliti, fotografie sbiadite. Ma portano anche qualcosa di più difficile da misurare: una memoria viva di come si sopravvive insieme, di come si costruisce rete quando le istituzioni non arrivano, di come si trasforma la necessità in solidarietà.
Queste donne sono custodi di un patrimonio che l'Italia fatica ancora a riconoscere pienamente.
Storie che non finiscono nei libri
Rosa Martino ha settantotto anni e da mezzo secolo gestisce informalmente quella che lei chiama semplicemente «la cassa comune del vicinato». Nel rione dove abita da sempre, a Catania, le famiglie in difficoltà sanno che possono bussare alla sua porta. Non per elemosina — precisa con fermezza — ma per attivare una rete di reciprocità che funziona secondo regole non scritte ma solidissime: chi riceve oggi contribuisce domani, nei modi che può, con ciò che ha.
«Mia madre faceva lo stesso. E la sua madre prima di lei», racconta Rosa. «Non avevamo un nome per questo. Non sapevamo che si chiamava mutualismo. Lo facevamo perché era l'unico modo per andare avanti».
Questa trasmissione orale e pratica di saperi comunitari è ciò che le ricercatrici di genere chiamano conoscenza incarnata: un sapere che non si trova nei manuali, che non viene insegnato nelle università, ma che ha permesso a generazioni di comunità vulnerabili di resistere e di costruire.
Il femminismo che non si nomina
C'è una peculiarità che emerge con forza dalle storie di queste donne: molte di loro non si sono mai definite femministe, non hanno mai partecipato a manifestazioni o firmato manifesti. Eppure le loro pratiche incarnano principi di cura collettiva, di ridistribuzione del potere e di valorizzazione del lavoro riproduttivo che sono al cuore del pensiero femminista più avanzato.
Lucia Bianchi, studiosa di storia delle donne all'Università di Firenze, ha dedicato anni a documentare queste storie. «C'è stata una tendenza, nella storia del movimento delle donne, a privilegiare le forme di attivismo più visibili e codificate», spiega. «Ma il lavoro di queste donne — la costruzione di reti di fiducia, la gestione dei conflitti comunitari, la trasmissione di pratiche di aiuto reciproco — è politico in senso pieno. È un'altra forma di fare politica, radicata nel quotidiano».
Saperi in transito: quando la trasmissione diventa atto politico
Ciò che rende particolarmente significativo questo fenomeno oggi è il momento storico in cui avviene. In un'epoca di frammentazione sociale, di indebolimento delle reti comunitarie tradizionali e di crescente solitudine urbana, il sapere pratico di queste donne acquisisce un valore straordinariamente attuale.
A Torino, il progetto Radici di Cura — promosso da un collettivo femminista e da una cooperativa sociale del quartiere Barriera di Milano — ha strutturato questo passaggio di conoscenze in un programma formale. Anziane del quartiere, molte delle quali immigrate di prima generazione dal Sud Italia, incontrano regolarmente giovani donne — molte a loro volta figlie di migranti, questa volta dall'Africa o dall'Asia — per condividere tecniche di mutuo aiuto, strategie di organizzazione comunitaria, modalità di risoluzione dei conflitti.
«Non è un corso. Non ci sono professoresse e allieve», precisa Amara Diallo, una delle coordinatrici del progetto, nata in Guinea e cresciuta a Torino. «È uno scambio. Loro portano decenni di esperienza. Noi portiamo energie nuove e connessioni digitali. Insieme costruiamo qualcosa che nessuna di noi potrebbe fare da sola».
Il corpo come archivio
Una delle dimensioni più affascinanti di questi saperi femminili è la loro natura corporea. Non si tratta solo di tecniche o strategie codificabili in procedure scritte, ma di atteggiamenti, posture, modalità relazionali che si trasmettono attraverso la presenza fisica, l'osservazione, l'imitazione.
Come si entra nella casa di qualcuno che ha bisogno senza farlo sentire in debito? Come si gestisce una riunione di condominio che rischia di degenerare? Come si costruisce fiducia con una famiglia che non parla la tua lingua? Queste competenze — fondamentali per chiunque voglia fare lavoro comunitario serio — difficilmente si apprendono da un manuale. Si acquisiscono stando accanto a chi le padroneggia.
Anna Greco, operatrice sociale a Palermo, racconta come l'incontro con Carmela, una settantenne del suo quartiere, abbia trasformato il suo approccio professionale. «Avevo studiato tecniche di mediazione, avevo fatto tirocini. Ma guardare Carmela gestire una lite tra vicini mi ha insegnato più di qualsiasi corso. C'era una saggezza nel suo corpo, nei suoi silenzi, nel modo in cui usava il tè come strumento diplomatico».
Riconoscere per non disperdere
Il rischio concreto è che questo patrimonio si disperda. L'invecchiamento della popolazione, la mobilità geografica delle nuove generazioni, la tendenza delle organizzazioni del terzo settore a privilegiare figure professionali certificate rispetto a quelle informalmente competenti: questi fattori mettono sotto pressione le reti di trasmissione tradizionali.
Alcune organizzazioni stanno cercando di correre ai ripari. In Sardegna, l'associazione Memorie Vive ha avviato un progetto di documentazione video delle pratiche comunitarie femminili, creando un archivio accessibile a chiunque voglia imparare. A Venezia, la cooperativa Radici e Ali ha introdotto il ruolo di mentore comunitaria — retribuito, riconosciuto, valorizzato — per donne anziane con lunga esperienza di lavoro solidale.
«Non basta dire che queste donne sono preziose», afferma Carla Moretto, presidente della cooperativa veneziana. «Bisogna dimostrarlo con fatti concreti: riconoscimento formale, compenso economico, spazio nelle decisioni. Altrimenti il rispetto rimane solo a parole».
Un futuro che guarda indietro per andare avanti
Le giovani attiviste che hanno avuto la fortuna di incrociare queste custodi del cambiamento parlano di un'esperienza trasformativa. Non solo per le tecniche apprese, ma per la prospettiva temporale che queste donne incarnano: la consapevolezza che i movimenti sociali non nascono dal nulla, che ogni lotta si nutre di lotte precedenti, che la continuità è essa stessa una forma di resistenza.
In un'epoca che celebra la novità e dimentica rapidamente, questa lezione vale oro.