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Spegnere per ritrovarsi: i gruppi italiani che scelgono la presenza come atto politico

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Spegnere per ritrovarsi: i gruppi italiani che scelgono la presenza come atto politico

C'è un momento preciso, raccontano molti di loro, in cui hanno capito che qualcosa si era incrinato. Non un'emergenza, non una crisi visibile. Solo la sensazione, sottile e persistente, di essere sempre connessi a tutto tranne che alle persone accanto a loro. Da questa percezione condivisa sono nate, in diverse città italiane, esperienze comunitarie che hanno fatto della disconnessione volontaria e collettiva una pratica di resistenza culturale e rigenerazione sociale.

Quando il silenzio diventa spazio

A Bologna, nel quartiere Bolognina, un gruppo di una trentina di persone si riunisce ogni due settimane in uno spazio di quartiere per quello che hanno chiamato semplicemente «il cerchio». Nessuno smartphone sul tavolo, nessuna fotografia da condividere sui social, nessuna notifica da controllare. Due ore in cui la conversazione è l'unica tecnologia ammessa.

«All'inizio era quasi imbarazzante», racconta Marta, insegnante di scuola media e tra le fondatrici del gruppo. «Ci rendevamo conto di quanto fossimo disabituati al silenzio, alla pausa, allo sguardo diretto. I primi incontri erano goffi, frammentati. Poi qualcosa si è allentato, e abbiamo cominciato a parlare davvero».

Il cerchio non ha un programma fisso. A volte si discute di politica locale, a volte si leggono testi ad alta voce, a volte si cucina insieme. Quello che non cambia è la regola della presenza piena: nessuna distrazione digitale, nessuna possibilità di uscire dalla stanza pur restando fisicamente seduti.

Una scelta, non una rinuncia

Sarebbe riduttivo leggere queste esperienze come semplice nostalgia per un passato analogico o come rifiuto ideologico della tecnologia. I protagonisti di queste comunità sono, nella maggior parte dei casi, persone che usano quotidianamente dispositivi digitali per lavoro, per informarsi, per organizzare la propria vita. La differenza sta nel riconoscere che certi spazi e certi momenti richiedono una qualità di attenzione che la presenza digitale non solo non favorisce, ma attivamente erode.

A Milano, il collettivo «Fuori Rete» ha sviluppato un approccio più strutturato. Nato nel 2021 da un gruppo di lavoratori del terzo settore, propone weekend di ritiro in aree rurali della Lombardia durante i quali i partecipanti consegnano volontariamente i propri telefoni a un responsabile del gruppo per l'intera durata del soggiorno. Non si tratta di un esercizio ascetico, ma di un esperimento sociale documentato: al ritorno, i partecipanti compilano un questionario sulle relazioni instaurate, sulla qualità del sonno, sul senso di appartenenza percepito.

«I dati che raccogliamo non hanno pretese scientifiche», precisa Davide, coordinatore del collettivo, «ma ci aiutano a capire cosa cambia quando si toglie lo schermo di mezzo. E quello che emerge, costantemente, è che le persone si sorprendono di quanto riescano a conoscersi in poco tempo quando non c'è nient'altro a cui appoggiarsi».

Il corpo come luogo di comunità

Una dimensione spesso trascurata in questo tipo di esperienze è quella corporea. La presenza fisica non è solo assenza di schermi: è contatto visivo, tono della voce, postura, vicinanza. Elementi che la comunicazione digitale appiattisce o elimina del tutto e che, quando vengono restituiti, producono effetti profondi sulla qualità delle relazioni.

A Napoli, nel quartiere Sanità, un'associazione che da anni lavora sul contrasto alla dispersione scolastica ha introdotto nelle sue attività pomeridiane momenti settimanali di «teatro senza parole»: esercizi di mimo e improvvisazione corporea in cui ragazzi e adulti interagiscono senza mediazione verbale né digitale. L'obiettivo dichiarato non è artistico, ma relazionale.

«I ragazzi che seguiamo vivono in un contesto in cui il telefono è spesso l'unico spazio privato che hanno», spiega Concetta, educatrice e referente del progetto. «Toglierlo non è una punizione, ma un'apertura: li invitiamo a scoprire che il proprio corpo può comunicare, può creare legame, può essere presente in modo pieno. Per molti di loro è una scoperta autentica».

Rigenerare la convivialità come atto collettivo

Ciò che accomuna queste esperienze, pur nelle loro differenze, è una visione precisa: la convivialità non è uno stato naturale a cui si torna spontaneamente, ma una competenza che si coltiva, una pratica che richiede intenzione e spazio dedicato. In un contesto sociale in cui la frammentazione dell'attenzione è strutturale — alimentata da piattaforme progettate per massimizzare il tempo di utilizzo — scegliere la presenza diventa un atto consapevole, quasi controcorrente.

Non mancano le tensioni. Alcuni partecipanti riferiscono di sentirsi inizialmente a disagio, quasi in colpa per non essere reperibili. Altri faticano a giustificare la scelta nei confronti di colleghi o familiari abituati a una reperibilità costante. La disconnessione, anche temporanea, rivela quanto profondamente la logica della connessione continua abbia permeato le nostre aspettative reciproche.

Eppure, proprio in questa tensione risiede, secondo molti dei protagonisti di queste esperienze, il valore politico della scelta. Rivendicare il diritto a essere irraggiungibili, a dedicare tempo e attenzione alle persone presenti senza l'interferenza di quelle assenti, è anche un modo per interrogare il modello dominante di produttività e disponibilità che la cultura digitale ha normalizzato.

Costruire reti di prossimità

L'aspetto forse più interessante di questi gruppi è che la disconnessione non è il punto di arrivo, ma il punto di partenza. Spegnere i dispositivi libera energia e attenzione che vengono reindirizzate verso la costruzione di reti di prossimità: reti di vicinato, di cura reciproca, di scambio di competenze. In diversi casi, le comunità che hanno iniziato con pratiche di digital detox collettivo hanno poi sviluppato iniziative più ampie: orti condivisi, gruppi di acquisto solidale, reti di supporto per anziani e famiglie in difficoltà.

La presenza fisica, insomma, non è fine a se stessa. È il terreno su cui germoglia qualcosa di più duraturo: la fiducia, la conoscenza reciproca, la disponibilità ad agire insieme quando ce n'è bisogno.

In un paese che ha spesso costruito la propria identità collettiva attorno alla piazza, al bar, alla festa di quartiere, queste esperienze non sembrano tanto una novità quanto un recupero consapevole di pratiche antiche, reinterpretate alla luce di un presente che le rende più necessarie che mai. Spegnere, per ritrovarsi. E poi, insieme, ricominciare.